GRASSO è BELLO, è bello essere:


cronicamente infiammati
soffrire di problemi metabolici
alterazioni ormonali
problemi cardiovascolari
stanchezza cronica
e mi fermo qui...
TUTTO per giustificare la propria DIPENDENZA DAL CIBO...
forzaaaaaa tutti ce la possono fare.



L’Insulina


Lo sappiamo ormai quasi tutti, l’insulina è un ormone secreto dal Pancreas (Isole di Langerhans), che serve sostanzialmente ad abbassare la glicemia portando il glucosio dal sangue alle cellule.
I fattori che alzano l’insulina sono, l’introito degli zuccheri, ma anche l’introito di proteine e grassi.
Per convenzione possiamo dire che:
i carboidrati hanno un potere di 100 nello stimolare l’ormone pancreatico; le proteine 50 e i grassi 10.

Purtroppo si confonde sempre la risposta glicemica con la risposta insulinica. Pasti proteici sono assolutamente insulinogenici ma oltre questo ormone vengono stimolati, per regolare la glicemia, anche gli ormoni controinsulinari: glucagone: GH, cortisolo e testosterone (il quale non è controinsulinare ma è stimolato lo stesso dalle proteine). Se non si attivassero contemporaneamente: insulina ed ormoni controinsulinari, andremo in ipoglicemia. Il nostro corpo va ricordato ha valori basali dell’ormone pancreatico.

L’insulina basale è il fattore più importante per questo ormone. I valori di insulina a digiuno dovrebbero rimanere tra 6-27mUI/L. Dentro questo range l’insulina bassa mostra una buona sensibilità insulinica, e quindi il corpo non ha bisogno di produrne molta. L’insulina alta (insulinemia) invece potrebbe essere un campanello d’allarme di una insulinoresistenza, ovvero una difficoltà recettoriale a rispondere in modo efficace all’ormone da parte della cellula. Proprio su sensibilità insulinica e resistenza all’insulina si gioca, in parte la capacità del nostro corpo d’ingrassare o dimagrire.

Quindi, l’insulina fa ingrassare? No, un suo mal funzionamento predispone all’aumento di peso ma è sempre il bilancio calorico a decretare se ingrassiamo oppure no. Se mangiamo carboidrati ma in una dieta ipocalorica dimagrante, i mitocondri non potranno essere saturi di energia, non ci sarà acetil-CoA in eccesso per formare acidi grassi.

CONCLUDENDO, per migliorare la risposta insulinica:
1)Attività fisica. L’attività fisica è essenziale per depauperare le riserve di glicogeno. Più glicogeno muscolare utilizziamo e più migliora l’affinità dei muscoli col glucosio.
2)Ciclicizzare i carboidrati. Piuttosto che mangiare tutti i giorni lo stesso quantitativo di carboidrati, conviene tenerli più bassi alcuni giorni e più alti altri. Questo sali scendi, insegna al corpo a gestire meglio i glucidi
3)Mangiare proteine. Le proteine stimolano l’insulina senza alzare la glicemia. Questo ripulisce il sangue da un eccesso di zuccheri. Tra l’altro le proteine stimolano il metabolismo della cellula muscolare e non dell’adipocita, insegnando al corpo a portare i macronutrienti nel muscolo.




Benefici del camminare


C’è un killer silenzioso nella nostra società, che miete vittime tutti i giorni, si chiama: sedia.
Non siamo fatti per stare seduti, ma soprattutto non siamo fatti per passare delle ore in questa posizione.
Non solo la sedia peggiora la nostra postura, aumenta le forze di compressione sul rachide, ma a livello cardiovascolare è un vero e proprio killer.
Tenere il cuore a riposo tutto il giorno, vuol dire debilitarlo, indebolirlo ed in definitiva aumentare le probabilità di morire prima.
Tra l’altro si è visto che non ci sono particolari benefici, dal punto di vista cardiovascolare, se siamo sedentari ma facciamo palestra (pesi) 3 volte a settimana.
Attività intense non sostituiscono lo stare seduti tutti i giorni. L’unica soluzione è camminare.
La camminata (se un po’ sostenuta) ha un effetto rigenerante sull’apparato cardiovascolare, è un po’ come una seduta di recupero attivo.
Mette in moto il cuore senza affaticarlo, aumenta i battiti senza elevare lo stress.
Bisognerebbe passeggiare almeno 30′ al giorno ad un passo superiore ai 4,5km/h. Un’ora sarebbe l’ideale.
Anche per l’apparato osteo-articolare la camminata aiuta a mantenere il bacino in equilibrio (stare seduti lo porta in retroversione), crea pressione sulle cartilagini e stimola la pianta del piede.
Insomma camminare fa bene al nostro corpo ma anche alla nostra mente. Si è visto che passeggiare abbassa il carico allostatico (lo stress), soprattutto se lo facciamo in mezzo al verde.




IL SONNO


Lo dico sempre che bisogna dormire 7.5/8 ore al giorno per tanti motivi.
E oggi leggo sul giornale LA REPUBBLICA un articolo proprio su questo:
Dormire più 10 ore al giorno o meno di 6 si associa a un rischio più elevato di soffrire di sindrome metabolica, una condizione legata all’obesità sempre più diffusa a livello globale, che è tra i principali fattori di rischio per le patologie cardiache, l’ictus e il diabete.
A sostenerlo uno studio dell’università di Seoul, pubblicato su Bmc Public Health, che ha coinvolto 133.608 uomini e donne di età compresa tra 40 e 69 anni.
E' il primo studio di questo tipo:
visto che analizza la relazione dose-risposta tra ore di sonno (riposi diurni compresi) e sindrome metabolica, anche nelle sue singole componenti o fattori di rischio
(pressione alta, glicemia elevata a digiuno, trigliceridi alti, bassi livelli di HDL, eccesso di grasso addominale). E che lo fa separatamente, negli uomini e nelle donne.
La conclusione dello studio riporta che dormire meno di sei ore,
negli uomini si associa a una probabilità più alta di soffrire di sindrome metabolica e di avere una circonferenza addominale eccessiva e,
nelle donne a maggiore rischio di circonferenza addominale. Invece, dormire più di dieci ore si associa a sindrome metabolica e trigliceridi alti negli uomini, nelle donne anche a circonferenza elevata, a livelli più alti sia di trigliceridi che di glicemia, a bassi livelli di colesterolo "buono" o HDL.

La deprivazione di sonno sembra indurre una diminuzione dei livelli di leptina (ormone anoressizzante che diminuisce il senso di fame)
e un aumento della grelina (ormone oressizzante presente con massimi livelli nella fase di digiuno, aumenta la ricerca e l'assunzione di cibo),
con disregolazione del controllo del comportamento alimentare e un aumento del desiderio di consumare cibi appetibili e quindi l'aumento del peso corporeo.


Per la ritenzione idrica


Alimenti consigliati:anguria ananas asparagi finocchi e cavolfiori perchè ottimi drenanti naturali.
Fare un'attività fisica COSTANTE nella vita. Consigliati la camminata e la corsa.
Oltre al cuore anche i muscoli contribuiscono al ritorno venoso, quando camminiamo o corriamo la contrazione dei muscoli degli arti inferiori aiutano il sangue a defluire al tronco.
Per questo è importante dedicare una parte della giornata alla camminata o ancora meglio alla corsa (a basso impatto).
Evitate di stare sia troppo seduti ma anche troppo fermi in piedi. La bicicletta o il nuoto non hanno lo stesso effetto perchè non stimolano la volta plantare.
Solo se abbiamo la rollata del piede (tipica della camminata e della corsa) l’azione dei muscoli del polpaccio e della coscia si attiveranno correttamente.

Chi per dimagrire si copre, cerca di sudare il più possibile, creerà più danni che benefici.
L’allenamento al caldo vasodilata il letto venoso, facilitando l’acqua ad accumularsi sempre di più nella parte extracellulare.
L’effetto che si ottiene perdendo liquidi, ma è uno stato soltanto momentaneo che rischia di peggiorare la situazione una volta rintrodotti.


L'Estate si avvicina


Ok l’estate si avvicina e molte persone “disperate” cercano rimedi miracolosi per dimagrire velocemente.
La prima “brutta” notizia che dobbiamo darti è che esiste una fisiologia del dimagrimento, che non può essere bypassata.
È inutile che vai a cercare rimedi miracolosi dell’ultimo minuto.
Fisiologicamente non possiamo perdere grasso troppo velocemente, possiamo perdere peso, disidratandoci, consumando glicogeno e muscoli, ma il dimagrimento (la perdita di grasso) ha dei suoi tempi organici.


IL METABOLISMO


Tutti sappiamo che dopo i trent’anni, gradualmente, il metabolismo si abbassa. La massa magra cala e con essa gli ormoni anabolici. Ma sarà vero?
NI, è corretto solo per le persone sedentarie, che sono destinate negli anni a perdere un prezioso dono, ovvero il controllo del proprio corpo.
Insulino resistenza, diabete, sindrome metabolica aspettano chi, superato i quarant’anni, si sfoga nel cibo e non nell’allenamento.
La risposta è invece NO per chi si allena, o almeno per chi si allena correttamente. Fino ai 45-50 anni potete stare tranquilli, il metabolismo sale.


È difficile perdere peso limitandosi a ridurre le calorie?


In realtà è proprio “mangiare meno” se si intende assumere meno calorie, la soluzione per dimagrire. Il punto è che spesso si assumono tante calorie mangiando poco: 3 caffè zuccherati, 2 bicchieri di tè con zuccheri aggiunti, un piatto di pasta di media porzione con condimento grasso e una piccola fetta di torta per dessert possono sembrare poco cibo, ma in realtà rappresentano complessivamente molte più calorie di 2 frutti, 600 grammi di verdura,2- 3 fette di pane e svariate fette di carne/pesce magro. Il segreto è quindi assumere meno calorie mangiando meglio, che in ottica di nutrizione significa pur sempre “mangiare meno calorie”, semplicemente noi non ce ne rendiamo conto in quanto ci saziamo di più, ed è proprio questo il segreto.


DIETA CHETOGENICA


Una dieta chetogenica non è altro che una dieta capace di indurre uno specifico adattamento del fegato che inizierà a produrre una quantità maggiore di corpi chetonici e che sposterà il metabolismo dall’utilizzo prevalente del glucosio a quello dei lipidi.
Più concretamente possiamo dire che una chetogenica è una dieta che limita i carboidrati sotto una soglia più o meno bassa. L’assunzione di proteine e grassi è in realtà variabile a seconda anche del soggetto e degli obiettivi della dieta.
Sebbene, come vedremo, le proteine possono avere un effetto anti-chetogenico, in conseguenza della loro capacità di promuovere l’insulina, in realtà è veramente difficile contrastare l’adattamento alla chetosi se i carboidrati sono tenuti bassi, anche con alte quantità di proteine.

In condizioni alimentari “normali” e in uno stato di salute nutrizionale fisiologica, il nostro organismo utilizzerà una miscela di grassi, proteine e carboidrati a scopo energetico.
Quando tuttavia i glucidi sono rimossi dalla dieta o sono presenti solo in piccole quantità (come abbiamo detto massimo 100 grammi al giorno anche se in realtà la maggior parte delle diete chetogeniche prevede un’introduzione molto più limitata: circa 30-50 g/die), le scorte glucidiche del nostro corpo tenderanno ad esaurirsi abbastanza in fretta.
In conseguenza di ciò, il nostro organismo si adatterà e utilizzerà in maggior misura un combustibile alternativo al glucosio per fornire energia.
Uno di questi combustibili è rappresentato dagli acidi grassi liberi (FFA), che possono essere utilizzati dalla maggior parte dei tessuti del corpo. Il consumo di glucosio dopo un pasto è descritto nel grafico.

Come possiamo vedere la disponibilità di glucosio è assicurata prima principalmente dalla degradazione del glicogeno epatico, poi dall’aumento della gluconeogenesi, che sfrutta precursori non glucidici, tra cui prevalentemente alcuni aminoacidi, per produrre glucosio. Come fa, allora, l’organismo a non andare incontro a problemi per carenza di glucosio?
Il punto è che il fabbisogno stesso di glucosio si riduce rilevantemente per adattamenti fisiologici al digiuno:
1. Riduzione del tasso metabolico.
2. Maggior utilizzo dei FFA.
Gli acidi grassi, dunque, tenteranno di sostituire i fini energetici del glucosio.
Tuttavia, non tutti gli organi possono usare FFA: ad esempio, il cervello non può usare gli acidi grassi a scopo energetico ma può adattarsi all’utilizzo dei corpi chetonici.
Quando questi ultimi sono prodotti in maggior quantità e a una velocità maggiore (i corpi chetonici provengono dal metabolismo dei grassi), si accumulano nel sangue inducendo uno stato metabolico detto chetosi.
Contemporaneamente all’aumento dei chetoni nel sangue vi è un’ulteriore diminuzione dell’utilizzazione del glucosio e anche della sua produzione e di conseguenza una diminuzione della degradazione delle proteine utilizzate a scopo energetico.
Capiamo da soli, quindi, che quando l’adattamento alla chetosi porta a una minor quantità di proteine utilizzate a scopo energetico, si verificherà un effetto positivo per il risparmio di massa muscolare.

Dieta chetogenica ed effetti su insulina e glucagone

Per quanto riguarda gli effetti sugli ormoni, l’adattamento alla chetosi ne influenza principalmente due: glucagone e insulina.
L’insulina è un ormone responsabile dell’immagazzinamento dei nutrienti dal sangue ai tessuti bersaglio (ad esempio immagazzinamento del glucosio nel muscolo sotto forma di glicogeno e FFA nel tessuto adiposo sotto forma di trigliceridi), ma l’effetto più precoce e potente è l’inibizione della lipolisi a livello degli adipociti bianchi agendo sulla lipasi ormono sensibile (HSL).
Questo è un enzima responsabile dell’idrolisi dei trigliceridi(TAG) in acidi grassi(FA) e glicerolo.
Il glucagone è un ormone che stimola il corpo a utilizzare e a liberare il glicogeno immagazzinato nel fegato sotto forma di glucosio.
Importante ricordare che parliamo del glicogeno epatico e non muscolare, poiché quest’ultimo è utilizzato solo dalle fibre muscolari per la loro attività fisiologica, mentre è il fegato l’organo che smista i glucidi in tutti gli altri tessuti in base alle loro esigenze e alla disponibilità ovviamente di glucosio.
Quando i carboidrati sono rimossi dalla dieta, i livelli di insulina diminuiscono e i livelli di glucagone aumentano. Questo provoca un aumento del rilascio di FFA da parte degli adipociti e un aumento dell’utilizzo dei FFA da parte del fegato proprio per riduzione dell’effetto anti-lipolitico dell’insulina.
Proprio quest’ultimo adattamento porta poi come conseguenza la produzione di corpi chetonici e lo stato metabolico di chetosi descritto prima.

Epilessia e Dieta chetogenica

La dieta chetogenica è, ai giorni nostri, uno strumento terapeutico sempre più impiegato (io ne auspico una sempre maggior diffusione in quanto sono ancora tanti i pediatri e i neurologi non sufficientemente aggiornati in questo senso) nelle epilessie farmacoresistenti.
Secondo una recente Consensus,la dieta chetogenica andrebbe considerata dopo aver costatato l’inefficacia dei primi 2 farmaci antiepilettici utilizzati, oppure, ancora meglio, come adiuvante la terapia farmacologica.
Ormai è stato stabilito che durante l’età evolutiva, se correttamente condotta, la dieta chetogenica non determina sovvertimenti del trend auxologico come invece si credeva in passato (cioè, la crescita dei bambini non è compromessa).
Sotto il profilo strettamente clinico la dieta chetogenica sembra associata a una riduzione della frequenza di crisi maggiore del 90% nel 30% dei pazienti trattati, indipendente da età, tipo di crisi ed eziologia.

Dieta chetogenica per dimagrire

Il discorso base non cambia mai: per dimagrire e perdere grasso c’è bisogno del deficit calorico, quindi di una dieta ipocalorica.
Tuttavia alcune caratteristiche attribuite allo stato di adattamento alla chetosi hanno reso maggiormente interessante la dieta chetogenica rispetto ad altre ipocaloriche:
la soppressione dell’appetito e il senso di benessere (assenza di astenia e senso di spossatezza), condizioni che spesso la gente soffre nel tentativo di perdere peso.
Ad ogni modo, almeno per quanto riguarda la sensazione di sazietà, ciò non sembra dovuto tanto allo stato di chetosi, quanto all’effetto delle proteine.

Massa muscolare e Dieta chetogenica

La degradazione delle proteine durante il digiuno totale per la produzione di glucosio ha portato negli anni a studiare e sperimentare due approcci nettamente diversi tra loro, con il fine di evitare o quanto meno ridurre questa perdita.
L’approccio più intuitivo e più semplice è stato quello di fornire glucosio in modo da eliminare la necessità di utilizzare le proteine a scopo energetico.
Questo ha però avuto un effetto secondario negativo e intuibile: l’adattamento alla chetosi non avveniva o avveniva più lentamente.
Il secondo approccio si è basato, invece, su un ragionamento sostanzialmente differente: poiché in assenza di glucosio, prima che il corpo si adatti completamente alla chetosi, una buona parte delle proteine viene utilizzata a scopo energetico con conseguenze negative sulla massa muscolare, noi risolviamo il problema semplicemente aumentando l’introito proteico.
In questo modo, la massa muscolare verrà intaccata in modo molto minore.
Questa intuizione non presenta nemmeno il lato negativo del primo approccio: è vero che anche le proteine innalzano l’insulina, ma lo fanno in maniera minore rispetto ai carboidrati che portano a una consistente elevazione della glicemia;
inoltre, le proteine stimolano anche il glucagone.
In questo modo le condizioni per instaurare la chetosi sono grossomodo mantenute (il livello di proteine assumibili prima che queste intaccano sui processi di chetosi è molto alto se l’apporto glucidico è minimo).
Dopo molte ricerche, studi e dibattiti, si è concluso che un apporto di proteine di circa 1,5 – 1,75 g/kg di peso corporeo ideale basterebbe a risparmiare la maggior parte della perdita di azoto (e quindi a ridurre il catabolismo proteico muscolare) soprattutto una volta che ci si è adattati alla chetosi e quindi le richieste di glucosio sono diminuite sensibilmente (circa 30 grammi solo per il cervello a fronte di quasi 100 grammi al giorno in condizioni normali).
Sotto questo punto di vista, quindi, in qualsiasi tipo di dieta chetogenica, l’adeguamento dell’introito proteico giornaliero è indispensabile per preservare la maggior parte della massa muscolare.
In generale, indipendentemente dal peso corporeo, la quantità minima di proteine che deve essere consumata durante le prime 3 settimane di una dieta chetogenica sembrerebbe essere di circa 150 grammi al giorno, come indicato anche da Lyle McDonald, mentre dopo le prime 3-4 settimane l’apporto proteico può anche essere abbassato.
In conclusione, le diete chetogeniche possono essere utili per mantenere la massa muscolare se l’apporto proteico è adeguatamente corretto, ma ad ogni modo non ci sono evidenze che siano peggiori o migliori di altre ipocaloriche con apporto proteico idoneo.

Dieta chetogenica funziona?

Se per “funziona” intendiamo che possono far dimagrire e mantenere la massa muscolare, la risposta è sì.
Tuttavia sono smentiti i vantaggi metabolici della chetosi, per cui è sbagliato pensare che una dieta chetogenica sia a prescindere migliore (o peggiore) di un’altra dieta per la perdita di grasso, semplicemente ci saranno persone che si trovano bene con un approccio chetogeniche e persone che ottimizzerebbero i loro risultati seguendo strategie alimentari differenti.
Uno dei vantaggi attribuiti alla dieta chetogenica è l’aumento della sazietà, quindi un miglior controllo alimentare e una maggior compliance alla dieta.
Tuttavia la compliance non è solo dovuta all’effetto saziante teorico di un macronutriente, pasto o dieta, ma anche alla possibilità di scelta degli alimenti da poter consumare più o meno liberamente.
Una chetogenica è una dieta che inevitabilmente preclude il consumo di una gran varietà di alimenti per cui non sempre è una dieta facile da seguire per le persone, anzi, solitamente è il contrario.
Inoltre, l’effetto saziante delle chetogeniche pare esser attribuito in gran parte (se non totalmente) all’apporto proteico, e questo significa che sono le proteine e non la chetogenica in sé ad avere un vantaggio su quest’aspetto, suggerendo che altre diete, non chetogeniche, possono apportare gli stessi vantaggi sulla regolazione della fame e sazietà che riscontriamo nelle diete chetogeniche.
Da sottolineare, comunque, che la dieta chetogenica è considerata sicura, gli effetti collaterali sono minimi e temporanei. Chiaramente, come tutti gli approcci particolari, prevedono delle controindicazioni in alcuni casi patologici.
Infine, c’è da considerare che l’efficacia delle diete chetogeniche dipende anche da come sono strutturate, poiché ci sono diversi protocolli e varianti.

Dieta chetogenica controindicazioni

La Dieta Chetogenica è particolarmente controindicata nei disturbi del metabolismo lipidico in quanto i protocolli dietetici chetogenici prevedono un abnorme apporto di lipidi.
Quindi, tutti quei soggetti con deficit di carnitina, carnitina palmitoiltransferasi I e II (il sistema enzimatico che permette il trasporto degli acidi grassi all’interno del mitocondrio dove avviene la beta-ossidazione), 3-idrossiacil-CoA, piruvato carbossilasi non devono seguire una dieta chetogenica.
Non ci sono poi particolari controindicazioni per una dieta chetogenica se non sottolineare che l’applicazione di questa strategia dietetica, in presenza di alcune patologie, come il diabete, è particolarmente complessa e necessita di attento monitoraggio e alcune modifiche ai protocolli tradizionali.
Gli eventuali effetti collaterali generali sono invece discussi in un altro paragrafo dell’articolo.

Danni renali

Alla base della preoccupazione circa i danni renali indotti da una dieta chetogenica c’è la convinzione che un apporto proteico maggiore rispetto alle RDA per soggetti sedentari (0,8-1g/kg) possa provocare danni al sistema renale e progressiva perdita di capacità funzionale dei reni. In realtà la letteratura scientifica ha da tempo smentito queste ipotesi, quanto meno per apporti proteici (anche molto elevati) per alcune settimane o mesi, mentre effetti a lunghissimo termine non sono del tutto conosciuti a causa della carenza di studi adeguati.

Danni epatici

Una preoccupazione spesso sollevata dai medici circa i potenziali effetti negativi di una dieta a basso contenuto di carboidrati e ad alto contenuto di proteine riguarda i presunti potenziali danni epatici da un eccesso di proteine.
In realtà la ricerca scientifica non è molto corposa a riguardo: in uno dei pochi studi a più lungo termine (solo 4 settimane comunque) non si sono osservati cambiamenti circa gli enzimi epatici in seguito a dieta chetogenica.
Gli altri studi a lungo termine riguardano i bambini epilettici che seguono una dieta chetogenica e anche in questo caso non si sono mai verificati danni epatici.
Tuttavia per onestà intellettuale ricordiamo che questi studi non sono affidabili al 100%.
In sostanza, non si può dire con certezza che le chetogeniche non abbiano effetti a lungo termine (anni) sulla funzionalità epatica, e allo stesso tempo è assolutamente poco corretto fare terrorismo psicologico su questo argomento: al momento non ci sono evidenze che una dieta chetogenica correttamente osservata possa danneggiare il fegato.



La DIETA MEDITERRANEA


La Dieta Meditarranea non è un regime alimentare che dice cosa e quanto mangiare, ma è uno STILE DI VITA basato su quello che facevano i popoli che si affacciano sul mediterraneo.
Troviamo quindi uno stile di vita molto attivo, un'alimentazione povera (poco calorica), basata sui prodotti locali e stagionali (in primis frutta e verdura).
La Dieta Mediterranea non è la dieta della pasta, pane e pizza, non è neanche una dieta iperglucidica ed ipolipidica.
È la dieta dei nostri nonni e bisnonni che lavoravano la terra e godevano di quello che produceva, arrivando anche a digiunare, sia per motivi religiosi (vedi digiuno ortodosso) che ambientali (se il raccolto era scarso).

FODMAP: Gli alimenti che "gonfiano".



Ma quali sono i cibi da evitare per avere una pancia piatta?
Sono gli alimenti FODMAP (acronimo di Fermentabili Oligo-, Di- e Mono-saccaridi e Polioli), cioè quelli ad alta capacità fermentativa. Ne fanno parte cibi contenenti oligosaccaridi, come i legumi, alcune verdure (come carciofi, broccoli, aglio), frutti (come cachi e anguria) e cereali (frumento e segale), alcuni elementi come fruttosio (come mela, pere, pesche, mango), lattosio (latte e formaggi morbidi e freschi), e infine polioli contenuti in frutta (come ciliegie, susine), verdura (come cavolfiori, funghi) e dolcificanti (mannitolo, sorbitolo e xilitolo). "La fermentazione dei cibi, in certe persone predisposte - spiega Corazziari - può determinare un accumulo di gas che, insieme a un concomitante maggior afflusso di acqua, causano una distensione del lume intestinale. Questo, complice l'ipersensibilità che caratterizza tali soggetti, causa distensione e dolore addominale. Da preferire:

1) Scegliere tra i cereali, il farro e i prodotti senza glutine
2) Preferire i formaggi duri e stagionati, e il latte delattosato, di soia o di riso
3) Mettere nel piatto sempre la frutta e in particolare la banana, il mirtillo, il pompelmo, il kiwi, il mandarino, il limone, l’arancia, l’uva, il lampone, la fragola
4) Spazio alla verdura in particolare il sedano, i peperoni, le melanzane, la lattuga, i fagiolini e la zucca
5) Mangiare il pomodoro ricco di licopene
6) Come dolcificanti preferire saccarosio, glucosio, sciroppo d’acero e dolcificanti che non terminano in ‘– olo

Meglio evitare o limitare:

1) Tra i cereali, limitare il consumo di frumento e segale (pane, pasta, couscous, crackers, biscotti)
2) Tra la frutta: mele, pere, albicocche, ciliegie, pesche, mango, anguria, cachi, susine, prugna
3) Tra i dolcificanti: miele, fruttosio e sciroppo di mais, sorbitolo, mannitolo, xilitolo
4) Latte e formaggi morbidi e freschi (come la ricotta)
5) Tra le verdure: carciofi, asparagi, barbabietole, cavolini di Bruxelles, broccoli, cavolo, cavolfiore, finocchio, aglio, scalogno, funghi, piselli
6) Tra i legumi: ceci, lenticchie, fagioli, fave


NOVITA' ASSOLUTA: DERMATOGLIFIA


La Dermatoglifia è un Metodo scientifico che studia le impronte digitali, attraverso le quali si ricavano informazioni inerenti Forza, Resistenza, Agilità, Velocità e Flessibilità di ogni individuo.

L’ideatore del metodo è il Il Prof. Dr. Rudy Nodary Junior, Professore responsabile del Laboratorio di Fisiologia dell’Esercizio, dell’Università “do Oeste de Santa Catarina - UNOESC Campus Joacaba” , autore di più di 200 pubblicazioni scientifiche, oltre che di decine di conferenze sulla dermatoglifia in diversi paesi di Europa e America Latina.

Sulla base dei risultati Dermatoglifici sono stati orientati, in Sud America, migliaia di atleti, dagli esordienti ai campioni di altissimo rendimento agonistico: la scelta dello Sport congeniale al profilo individuale ed il tipo di allenamento personalizzato sulla base dei marcatori genetici hanno reso la Dermatoglifia uno strumento indispensabile per decine di centri sportivi. Ulteriore utilizzo delle informazioni ricavabili dalla Dermatoglifia è la prescrizione di attività fisica finalizzata al mantenimento della salute e dell'ideale peso corporeo.

Dunque, attraverso il test della Dermatoglifia ogni persona potrà sapere a quale tipo di attività fisica e/o sport è più predisposto, ottenendo così le migliori prestazioni.

Stiamo portando questa metodologia anche in Italia.